Hemingway e l'Africa: due viaggi per tre romanzi autobiografici


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In Africa Hemingway ha trovato l'ispirazione per dare voce al suo amore per l'avventura, i safari e, in definitiva, per le emozioni forti. Ecco come.


Così come il nome del grande autore americano sarà per sempre legato all'isola di Cuba, nello stesso modo Hemingway e l'Africa rappresentano un connubio inscindibile. E non solo perché lo scrittore vi trascorse molto tempo, ma perché ne ha saputo cogliere la vera essenza, come pochi altri romanzieri al mondo.


Prima di essere un grande scrittore, infatti, Hemingway è stato un indomabile viaggiatore. Anzi, è possibile affermare che senza i suoi tanti in viaggi in giro per il mondo, molti dei suoi capolavori non avrebbero mai visto la luce. Di sicuro oggi non potremmo leggere opere come “Verdi colline d'Africa“ o “Le nevi del Kilimangiaro”, che in forma romanzata riportano molte delle esperienze realmente vissute dallo scrittore.


Pensate, pare addirittura che la parola safari, che in lingua swahili significa viaggio, debba a lui la sua diffusione in Occidente: un viaggio che se ieri indicava battute di caccia nella savana e oggi, per fortuna, si limita ad offrire la possibilità di ritrarre gli animali nella natura selvaggia, va inteso in senso più ampio. Viaggio come scoperta, come immersione anima e corpo in un paese sconosciuto, come tempo che trascorre ineluttabile, mentre si è impegnati ad andare. E a vivere.


Hemingway e l'Africa: il suo primo viaggio


Nei romanzi dello scrittore si respira l'aria rivoluzionaria di Cuba, l'odore del sangue delle corride spagnole e ovviamente gli spazi sconfinati delle savane africane e il sentore della natura selvaggia. I viaggi in Africa di Hemingway sono stati solo due, ma devono essergli rimasti sotto la pelle. E come potrebbe essere altrimenti: l'Africa fa innamorare al primo sguardo! Sarà per i suoi cieli puliti, immensi, incredibilmente bassi, o forse per i suoi colori, forti, primordiali. Sia come sia, lo scrittore americano ne rimase folgorato.



Pensate che in “Verdi Colline d'Africa”, scriveva: “Non riuscivo a convincermi che fossimo di colpo arrivati in un paese così meraviglioso, un paese dal quale si doveva uscire come da un sogno, felici di aver sognato”. Non leggerete mai più una dichiarazione d'amore più forte e suggestiva!


Hemingway approda per la prima volta in Africa nel dicembre del 1933, accompagnato dalla sua seconda moglie, Pauline. Obiettivo del viaggio visitare la regione del Lago Mayara, fra Kenya e Tanzania, e partecipare a numerose battute di caccia. Oggi questa cosa appare quasi immorale, ma la sensibilità nei confronti degli animali e della natura era ben diversa a quei tempi, quindi questi safari venivano vissuti come una sfida suprema, quella in cui l'uomo si mette alla prova, lasciandosi andare all'intensità delle emozioni del momento.


Emozioni alle quali non vuole rinunciare nemmeno dopo essere stato colto da un grave attacco di dissenteria, che lo costringerà a interrompere momentaneamente le sue battute di caccia, per farsi curare a Nairobi. Infatti, una volta guarito, tornerà in mezzo alla savana, per rimanerci fino a marzo dell'anno successivo.


Di tutto questo viaggio avventuroso, rimane moltissimo. Gli eventi occorsi, ma soprattutto le grandiosi battute di caccia, riemergono prepotenti fra le righe di “Verdi colline d'Africa”, che scritto nel 1935, restituisce in forma romanzata la sua avventura nel continente africano. Non fu ben accolto dalla critica, anzi, alcune recensioni furono davvero impietose, al punto da suscitare nell'autore un certo risentimento.


Ma di lì a poco scoppierà la guerra civile in Spagna ed Hemingway fu troppo impegnato con il suo lavoro di corrispondente, per preoccuparsene più di tanto.


Secondo viaggio


Vent'anni dopo, ecco che Hemingway è in procinto di ripartire per l'Africa. Questa volta la destinazione scelta è la Tanzania, dove risiede suo figlio Patrick. Di questo viaggio, funestato da due gravissimi incidenti aerei, ne rimarrà traccia nel romanzo autobiografico “Vero all'alba”, pubblicato postumo nel 1999.


Questa volta Hemingway si concede ben 5 mesi di tempo da dedicare ai safari, che tornano vivi tra le righe del libro, da cui emerge anche la cultura delle guide che lo accompagnano, i rischi delle tribù ostili che circondavano l'accampamento e l'avventura con Debba, una giovane wakamba, alle cui avances lo scrittore sembra non aver saputo resistere.



Ma è ciò che avverrà durante questo viaggio che mise a dura prova lo scrittore. Nella notte fra il 24 e il 25 gennaio 1954, infatti, le redazioni di tutti i quotidiani vennero informate che Hemingway era rimasto vittima di un grave incidente aereo, al punto da darlo per morto. Il 21 gennaio, infatti, lo scrittore partì da Nairobi a bordo di un aereo, che colpì per errore un palo del telegrafo: inevitabile, quindi, l'atterraggio d'emergenza in Uganda, durante il quale lo scrittore si slogò la spalla destra.


Sprovvisti di una radio funzionante con cui comunicare, Hemingway, la quarta moglie Mary Welsh e il pilota furono dati per dispersi, fino a quando non furono avvistati da una barca di passaggio sul fiume, che li riportò a Butiaba. Ma il fato gli era decisamente avverso, perché trovato un altro aereo con destinazione Entebbe, fu vittima di un altro incidente: l'aereo prese fuoco durante il decollo e questa volta lo scrittore subì ferite gravissime, che gravarono sul suo stato di salute fisica e mentale fino alla morte.


Il mito del macho e la passione per i safari


Oltre ad essere stato grande scrittore e un coraggioso viaggiatore, Hemingway è anche stato un uomo molto particolare. Ancora oggi si discute del disturbo bipolare che lo affiggeva e che lo portava ora ad entusiasmarsi per l'avventura, ora per deprimersi e ritirarsi dal mondo. Una vita sopra le righe la sua, in cui i viaggi hanno avuto parte importantissima.


Lo scrittore americano ha incarnato come pochi altro il mito del macho, dell'uomo sempre pronto a lanciarsi in mille avventure, senza curarsi del pericolo e della morte. Un certo narcisismo di fondo ha sicuramente influenzato il suo stile di vita, ma a noi piace ricordarlo anche come un bambino, mai stanco di aprire gli occhi sul mondo e di assaporarne i suoi regali.


La passione per i safari non era infatti dettata dal gusto dell'uccidere gli animali, quanto dalla possibilità di mettersi alla prova. Testimonianza ne sono le descrizioni, talvolta fin troppo dettagliate, delle battute di caccia che ricorrono in “Verdi colline d'Africa”, in cui la vertigine che il cacciatore prova di fronte alla preda, trascina il lettore in un vortice di emozioni e aspettative.



Emozioni che ricorrono anche nell'altro romanzo ispirato all'Africa, “Le nevi del Kilimangiaro”, in cui troviamo i ricordi di un uomo che, in seguito a un banale incidente, attende ora la morte con una gamba in cancrena. Un libro potente, in cui il tema della morte fa da filo conduttore di tutto il romanzo.


Altrettanto potente, come solo le battute di caccia sanno essere, è “La breve vita felice di Francis Macomber”, meno conosciuto dei precedenti, ma magistralmente scritto e, forse il più introspettivo. Qui il pathos è tutto sulle spalle del protagonista, che solo durante una battuta di caccia, riesce finalmente a trovare il coraggio per riscattarsi da una vita grigia e infelice. La decisione, però, non porterà a nessuna rinascita, perché l'uomo morirà, per mano della moglie infedele, proprio nel momento in cui aveva trovato il coraggio di lasciarla.

Hemingway, invece, trovo il coraggio di lasciare la vita stessa nel luglio del 1961, quando mise fine alla sua esistenza con un colpo di fucile.


“Io sarei tornato in Africa, ma non per guadagnarmi la vita, per questo mi bastavano un paio di matite e poche centinaia di fogli di carta della meno cara. Ma sarei tornato là, dove mi piaceva vivere, vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni.” Così diceva in “Verdi colline d'Africa”.


Ma qualcosa deve averlo convinto a fare altrimenti e a noi non resta che consolarci con le sue opere.

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